Pasta italiana negli USA: cosa c’è davvero dietro ai dazi antidumping
Tra accuse infondate, prezzi che non tornano e una finestra di ricorso ancora aperta: l’analisi di Lucio Miranda (ExportUSA) sul caso che sta agitando il mercato enogastronomico internazionale.

Il tema dei dazi antidumping sulla pasta italiana negli Stati Uniti è diventato, nelle ultime settimane, uno degli argomenti più caldi del settore agroalimentare. Numerosi media hanno rilanciato la notizia dell’imposizione di un dazio del 91,74% sulle importazioni di pasta dall’Italia, alimentando preoccupazioni tra produttori, esportatori e consumatori. Ma cosa sta realmente accadendo? E quali sono le prospettive per il futuro?
A fare chiarezza interviene Lucio Miranda, presidente di ExportUSA, società specializzata nell’assistenza alle imprese italiane che vogliono entrare e crescere nel mercato americano. La sua posizione è netta: i dazi non sono ancora in vigore e il quadro è molto più articolato di quanto sembri.
Una procedura ancora aperta: c’è tempo per il ricorso
«I dazi antidumping del 91,74% sull’importazione di pasta italiana annunciati dagli Stati Uniti non sono, al momento, ancora entrati in vigore», precisa Miranda.
La ragione è procedurale: dopo la comunicazione preliminare del Dipartimento del Commercio americano, avvenuta a inizio settembre, si è aperta una finestra di 120 giorni per presentare ricorso. Una fase cruciale, durante la quale le aziende coinvolte possono fornire la propria documentazione e contestare le conclusioni preliminari.
Se i dazi venissero confermati, si sommerebbero al dazio reciproco del 15%, portando il totale a quasi il 107%. Una cifra che, secondo Miranda, non ha alcuna giustificazione economica concreta.
I numeri che smentiscono il dumping
Il cuore della questione sta nei prezzi. Per configurare il dumping occorre un ribasso artificiale per conquistare quote di mercato. Ma osservando i prezzi al dettaglio – sottolinea Miranda – l’ipotesi appare tutt’altro che plausibile.
In Italia, mezzo chilo di pasta costa attorno a 1–1,10 euro.
Negli Stati Uniti, un pound (454 g) viene venduto tra 2,50 e 3,20 dollari.
È evidente che i prezzi americani sono molto più alti. Difficile immaginare, quindi, che le aziende italiane stiano vendendo sottocosto per distorcere il mercato. «Se questi livelli di prezzo vengono considerati dumping, allora a quanto si dovrebbe vendere la pasta in America? Dieci dollari al pound?» osserva Miranda. Un paradosso che mette in discussione la solidità dell’accusa.

La vera causa? La mancata collaborazione nelle verifiche
Analizzando i documenti del Dipartimento del Commercio, emerge un dettaglio decisivo: alcune aziende italiane non avrebbero fornito completamente la documentazione richiesta durante gli audit, o l’avrebbero trasmessa in italiano anziché in inglese.
Per questo motivo, tali imprese sono state classificate come uncooperative, ossia non collaborative.
Ed è proprio questa la chiave del caso. «Riteniamo che i dazi antidumping siano stati imposti per questo atteggiamento uncooperative, non per reali pratiche di dumping», spiega Miranda. La logica del Dipartimento è semplice e rigorosa: se l’azienda non dimostra con chiarezza che non fa dumping, il dazio scatta.
Ricorsi ben costruiti: la strada per ribaltare la decisione
Per questo motivo, Miranda incoraggia le aziende a muoversi rapidamente: «Il tempo stringe e un ricorso redatto in modo impeccabile può davvero fare la differenza».
Se la motivazione del dazio è la presunta mancata collaborazione, occorre dimostrare l’opposto fornendo una documentazione completa, precisa e correttamente tradotta.
Un settore strategico da difendere
Le cifre lo confermano: nel 2024 l’Italia ha esportato negli Stati Uniti 750 milioni di dollari di pasta, su un mercato complessivo da 6,2 miliardi. Le importazioni totali americane di pasta valgono circa 1,8 miliardi e l’Italia rappresenta quasi il 40% di questo segmento.
Un settore di questo valore – conclude Miranda – «merita una difesa solida e ben strutturata».
Il futuro della pasta italiana negli Stati Uniti non è scritto: passa ora dalla capacità delle aziende di reagire con tempestività, rigore e consapevolezza.
Ti è piaciuto l’articolo? Scopri i nostri partner, o leggi le nostre ultime notizie.
Scrivi un commento